Oggi ero seduta su una panchina di legno in un parco fatiscente, dove gli alberi da molto ormai non sono più curati e l’erba cresce senza sosta, libera di poter estendere le proprie radici ovunque, anche dove un tempo non poteva. È un bel parco, vecchio, triste e stanco come chi ha vissuto ormai gran parte della propria vita ed attende da un momento all’altro la morte. Mi piace, racconta storie in ogni suo angolo ed ascolta le mie, anche se non parlo. Il legno su cui ero seduta era ormai fradicio, inumidito e reso sempre più debole dalle continue piogge… non era molto sicura come seduta, ma la precarietà in quel momento non mi dispiaceva. Da poco aveva smesso di piovere, era una delle prime piogge della stagione ed io, un po’ infreddolita, leggevo il mio libro. Interessata seguivo ogni parola, ogni capoverso, ogni pagina… non riuscivo a staccare gli occhi dal fiume di parole che leggendo mi attraversava la mente. Ma il parco sa quando attirare la mia attenzione sulle cose che preferisce: una folata di vento ha scosso i rami della quercia che era proprio sopra la mia testa e mille gocce d’acqua si sono riversate sui miei vestiti e sul mio libro, bagnandomi quasi interamente. Ho dovuto distogliere lo sguardo dalle mie letture avvincenti e nel tentare di asciugarmi ho alzato lo sguardo… e l’ho visto! Era seduto sulla panchina di fronte alla mia, stretto nelle sue spalle minute, indossava un impermeabile blu, dei pantaloni rossi ed accanto a sé aveva una piccola scatola quadrata, in velluto verde, ed un bocciolo di rosa bianca. Con le mani giunte appoggiate sulle ginocchia, dondolava avanti ed indietro e, fissando la stradina in terra che divideva la mia panchina dalla sua, sospirava. L’ho osservato per qualche minuto, ma lui non si era accorto nemmeno della mia presenza… dovevamo essere gli unici ad essere in quel parco, molti non sanno neppure della sua esistenza. Dopo poco mi sono alzata ed ormai completamente intenerita dalla sua espressione triste, mi sono avvicinata a lui.
“Si sente bene?”, gli ho chiesto. “Oh… signorina, non mi ero accorto che c’era qualcun'altro oltre me… sa, io vengo spesso qui, ma non c’è mai nessuno, il parco è troppo vecchio, alla gente ormai le cose vecchie non piacciono. Ma io amo venire qui, le piante mi parlano e a me piace ascoltarle… a volte sono loro ad ascoltare me… anche se non parlo!”. Aveva disteso il viso e si sforzava di essere gentile e di sorridermi, ma nei suoi occhi traspariva una vena di tristezza. “Ero seduta lì e l’ho vista, ho notato che è un po’ triste e mi chiedevo se non potessi esserle d’aiuto…”, ho azzardato. “Eh, signorina… se solo potesse… ma la verità è che tante volte nessuno può aiutarci, ci serve solo tanto coraggio. Ho trent’anni, un lavoro ben remunerato, degli amici consolidati, una famiglia che mi sostiene, ma in realtà sono una persona sola! Amo, signorina, amo più di quanto lei immagini, amo fino a sentirmi due metri da terra quando la vedo e tre metri sotto terra quando non c’è…”. “Ma è una cosa meravigliosa, allora perché è così triste?”, nel parlare agitava freneticamente le mani, tanto da rischiare di cadere più di una volta, gli occhi gli brillavano ed un lieve sorriso si era acceso sul suo viso. “Mi guardi, signorina, sono un nano… ho la testa più grande del corpo, le mani tozze e le tasche piccole… lei, invece, è bella, alta, filiforme… è una ballerina sa? Si muove su qul palcoscenico facendo volare le sue vesti nere, ogni suo movimento è armonioso, ogni suo gesto delicato… come potrebbe volere uno scarto della natura? Guardi, le ho fatto fare un carillon…”. Aprì la sua scatola di velluto verde, le pareti interne erano di un beige chiaro ed in fondo alla scatola, nel centro, c’era una ballerina vestita di nero, con le braccia alzate che, in posizione fiera, ruotava su se stessa al ritmo di una dolce musica suadente.
“È bellissimo… perché non lo regala alla sua ballerina?”
“Ho provato, ma mi manca il coraggio… non sopporterei un rifiuto”
“Forse è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti, non crede?”, stavo per finire la frase quando dal fondo della stradina vedo arrivare una donna, una bellissima donna elegantemente vestita che, con aria confusa, si guardava attorno, come se cercasse qualcosa o qualcuno… si avvicinò frettolosamente a noi e si piegò verso il triste signore.
“Je t’ai cherché partout, tu étais où? On m’a dit que tu étais parti et tu ne voulais plus retourner… est-ce que c’est vrai?”. La sua espressione era cambiata, l’aveva vista ed ora tremava come se di colpo fosse sceso l’inverno e l’avesse colto impreparato. Dal volto di lei traspariva il timore di perderlo. Hanno parlato tanto… io mi sono allontanata e sono tornata sulla mia panchina a fingere di leggere… in realtà li osservavo.
Oggi ero seduta su una panchina di legno in un parco fatiscente ed ho visto una coppia buffa allontanarsi dopo essersi dichiarati il proprio amore, un nano dalle tasche piccole ed una ballerina dal passo elegante... un amore perfetto.